Palazzo Chigi smentisce le indiscrezioni su nuove ipotesi di tassazione sulle seconde case

Palazzo Chigi smentisce le indiscrezioni su nuove ipotesi di tassazione sulle seconde case, per coprire il provvedimento sull’Imu, riportate su alcuni giornali stamane. Tali indiscrezioni evidentemente si riferiscono a bozze circolate nei giorni scorsi e che non faranno parte del provvedimento che sarà in Gazzetta Ufficiale. Iva: Codacons, con aumento +209 euro a famiglia, meglio Imu – ”L’aumento dell’Iva sarebbe ancora peggio dell’Imu. Meglio ripristinare l’Imu che aumentare l’Iva che avrebbe effetti nefasti su consumi ed inflazione”. Lo afferma il Codacons, spiegando che l’Iva ”essendo proporzionale, a differenza dell’Imu, che, grazie alle rendite catastali, ha un barlume di progressività, farebbe molto più male a quelle famiglie che non arrivano a fine mese”. Secondo l’associazione, ”se l’Iva aumentasse ci sarebbe, a regime, un aumento dei prezzi dello 0,6% ed una stangata, per una famiglia di 3 persone, pari a 209 euro”. BARETTA, RINVIO AUMENTO IVA POSSIBILE MA NON PER SEMPRE – ”La possibilità che l’aumento dell’Iva venga eliminato per sempre è sotto il 5% ma per questi ulteriori 3 mesi la possibilità è abbastanza buona”. Lo ha detto il sottosegretario all’Economia, Pierpaolo Baretta, ai microfoni di Radio Anch’io, spiegando che il rinvio dovrà essere inserito in una riforma generale delle aliquote perché ”è dai tempi del paniere che non si fa una discussione approfondita sulla distribuzione e il peso delle varie voci”. ”Le risorse sono scarse è vero – ha aggiunto il sottosegretario – ma è vero anche l’impegno del governo a evitare l’aumento e più di tutto va fatto un discorso di merito sull’Iva. Oggi le fasce deboli sono più penalizzate e tre aliquote sono troppe, anche l’Europa ce lo dice, una riforma dell’Iva è utile. Il pane – ha continuato – è tassato al 4%, ma confezionato ha un’altra aliquota. Allora la domanda è in che misura e su quali temi e in questo sarà molto importante il contributo del rappresentanti delle categorie del commercio”. Secondo il centro studi della Cgia di Mestre, con l’aumento dell’Iva le famiglie meno abbienti saranno quelle piu’ penalizzate. Nonostante in termini assoluti saranno i percettori di redditi elevati a subire l’aggravio di imposta più pesante la situazione si trasforma completamente se si confronta, l’incidenza percentuale dell’aumento dell’Iva sullo stipendio netto annuo di un capo famiglia. L’eventuale aumento dell’imposta peserà maggiormente sulle retribuzioni più basse e meno su quelle più elevate. A parità di reddito, inoltre, i nuclei famigliari più numerosi subiranno gli aggravi maggiori. “Bisogna assolutamente trovare la copertura per evitare questo aumento – esordisce Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre – non si possono penalizzare le famiglie ed in particolar modo quelle più in difficoltà. Nel 2012 la propensione al risparmio è scesa ai minimi storici. Se dal primo ottobre l’aliquota ordinaria del 21% salirà di un punto, subiremo un ulteriore contrazione dei consumi che peggiorerà ulteriormente il quadro economico generale. E’ vero che l’incremento dell’Iva costa 4,2 miliardi di euro all’anno, ma questi soldi vanno assolutamente trovati per non fiaccare la disponibilità economica delle famiglie e per non penalizzare ulteriormente la domanda interna”. Le simulazioni realizzate dalla Cgia riguardano tre tipologie famigliari (single, lavoratore dipendente con moglie e un figlio a carico, lavoratore dipendente con moglie e 2 figli a carico). Per ciascun nucleo sono stati presi in esame 7 fasce retributive: in relazione alla spesa media risultante dall’indagine Istat sui consumi delle famiglie italiane, su ognuna è stato misurato l’aggravio di imposta in termini assoluti e l’incidenza percentuale dell’aumento dell’Iva su ogni livello retributivo. In queste simulazioni si sono tenute in considerazione le detrazioni e gli assegni familiari per i figli a carico, le aliquote Irpef e le addizionali regionali e comunali medie nazionali. A seguito dell’aumento dell’aliquota Iva al 22%, si è ipotizzata una propensione al risparmio nulla per la prima fascia di reddito, pari al 2,05% per il reddito annuo da 20.000 euro, del 4,1% per quella da 25.000 euro e dell’ 8,2% per le rimanenti fasce di reddito. Quest’ultima percentuale corrisponde al dato medio nazionale calcolato dall’Istat nell’ultima rilevazione su base nazionale. In buona sostanza si è ipotizzato che a fronte dell’aumento dei prezzi di beni e servizi a ridurre le spese saranno principalmente le fasce di reddito medio-alte. Infine, l’analisi della Cgia non ha considerato eventuali spinte inflazionistiche che una scelta di questo tipo potrebbe produrre.

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