Giornata pesante per tutte le Borse europee dopo il crollo di Tokyo

Giornata pesante per tutte le Borse europee dopo il crollo di Tokyo a causa della frenata della Cina e i timori che la Fed allenti la sua politica di liquidità: l’indice Stoxx 600, che fotografa l’andamento dei principali titoli quotati sui listini del continente, ha ceduto il 2%, che equivale a 163 miliardi di euro bruciati in una seduta. Seduta ampiamente negativa per la Borsa di Milano: l’indice Ftse Mib ha chiuso in perdita del 3,06% a 17.008 punti. E’ la borsa europea più pesante di una giornata ‘nera’ per tutti i mercati azionari. L’impennata dello spread tra i titoli di Stato italiani e tedeschi ha penalizzato il gruppo delle banche tricolori: Mediobanca è stata la più pesante (-4,8% a 4,87 euro), seguita da Ubi (-4,5%), Intesa (-4,3%) e il Banco Popolare (-4,1%). Male anche Unicredit, che ha ceduto il 3,9%. Nel paniere a elevata capitalizzazione le vendite si sono abbattute anche su Salvatore Ferragamo e Fiat industrial (-4,1%), Prysmian e Mediaset (-3,9%). Nel finale si è leggermente allentata la tensione su Fiat spa, che comunque ha concluso in calo del 3,17% a un prezzo di 5,2 euro. Sotto il punto percentuale solo il calo di Parmalat (-0,17%) e Terna (-0,9%). In assoluto il titolo più pesante della Borsa di Milano è stato quello di Borgosesia (-10%), seguito da Marie Tecnimont (-8%). Tra i pochi gruppi positivi c’é Camfin: il titolo della holding azionista di riferimento di Pirelli (-3,6%%) è salito dello 0,4% con il mercato che specula sugli scenari aperti dal rifiuto dei Malacalza di sedersi al tavolo con Tronchetti Provera per accordarsi sul ‘divorzio’. Bene Brembo (+3,5%). Lo spread tra il Btp e il Bund termina la seduta a 259 punti base, in deciso rialzo rispetto ai 248 della chiusura di ieri. Il tasso sul decennale si attesta al 4,03%. Il differenziale della Spagna termina a 283 punti base col rendimento dei Bonos al 4,28% TOKYO TRASCINA I MERCATI – Dal traguardo dei 16.000 punti al tracollo da 1.143,28 punti: la Borsa di Tokyo ha accusato oggi la peggiore perdita in oltre due anni, scontando il pacchetto di fattori combinati che vanno dalle valutazioni del presidente della Fed, Ben Bernake, alle turbolenze sui tassi a lungo dei titoli di Stato (che hanno colpito i titoli immobiliari), ai deboli dati sulla produzione in Cina e al calo del dollaro che ha penalizzato le azioni del comparto degli esportatori. In termini percentuali, il -7,32% di oggi è il peggiore dato dal -10,55% del 15 marzo 2011, registrato pochi giorni dopo il pesante sisma/tsunami che colpì il nordest del Giappone, con la crisi nucleare di Fukushima. Scambi boom (pari a 7,655 miliardi di azioni) e controvalore record (5.837 miliardi di yen). A dare il via alle turbolenze, l’intervento al Congresso Usa di Ben Bernanke: il numero uno della Federal Reserve ha lanciato segnali ambigui sulla ‘exit strategy’ dalle politiche monetarie ultra espansive di fronte alla ripresa dell’economia americana. L’indice Nikkei, col rafforzamento del dollaro a 103 yen, è salito a un’ora dall’avvio di seduta a 15.942,60 punti (+2%), al massimo intraday. Poi, i tassi sui Jgb a 10 anni si sono portati all’1%, malgrado l’allentamento monetario quantitativo e qualitativo (Qqe) voluto dalla BoJ per centrare il target di inflazione del 2% in due anni. L’istituto centrale è stato costretto a intervenire con un’iniezione di liquidità da 2.000 miliardi di yen per “stabilizzare i mercati” dei titoli di Stato contro l’eccessiva volatilità. In aggiunta, il deludente dato Pmi sulla Cina di HSBC, sceso inaspettatamente sotto quota 50 e ai minimi degli ultimi 7 mesi, ha rilanciato i timori sull’economia di Pechino, spingendo i realizzi trasformatisi in breve in ‘panic selling’. La correzione dei listini nipponici, secondo le valutazioni degli analisti tecnici, era nelle cose con il +50% da inizio anno e il +7,5% accumulato sopra la media mobile sui 25 giorni. La questione è come ‘contenere’ le turbolenze, visti gli inevitabili riflessi su scala globale.

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