Lavoro: Una riforma “bilanciata” che “rende il mercato italiano più efficiente”

Una riforma “bilanciata” che “rende il mercato italiano più efficiente”. Il premier Mario Monti torna a difendere la riforma del lavoro nel suo intervento di saluto alla cena con il presidente Shimon Peres a Gerusalemme. Rende, aggiunge, “il mercato del lavoro molto più flessibile a beneficio delle imprese e meno dualistico”.”L’opinione pubblica italiana deve essere più matura di quanto si pensi – aggiunge il premier – perché stranamente il consenso è sceso gradualmente e molto lentamente, e in misura modesta. Più lentamente rispetto ad altre entità”, nonostante “le dure misure prese” per far fronte alla crisi. “Il governo da me presieduto non è formato da personalità politiche ma è sostenuto dai tre maggiori partiti che prima non si parlavano e ora si parlano”, nel segno di una “responsabilità nazionale” che molti all’interno e all’estero non accreditavano alla classe politica italiana.Con la riforma delle pensioni, prosegue Monti, “abbiamo elevato l’età pensionabile a 67 anni” e “secondo diversi esperti ora il sistema pensionistico italiano è strutturalmente il più solido d’Europa”. MONTI: DISMETTERE LE LENTI CORPORATIVE -Basta corporativismi. L’obiettivo del governo è quello di tutelare e promuovere i giovani, non solo con la riforma del lavoro appena varata, ma con tutta la politica finora messa in campo. Dal Libano, dove è in visita ai militari italiani, il presidente del Consiglio Mario Monti difende così l’operato dell’esecutivo, proseguendo nel confronto a distanza che negli ultimi giorni lo ha opposto al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. “L’Italia – ha detto – sta vivendo una fase di ‘Strategic review’, uno sforzo per riforme che comportano sì sacrifici, ma necessari per riportare il paese verso la crescita. Il lavoro per i giovani – ha assicurato – è lo scopo principale” della riforma “così come lo è tutta la politica economica del governo”, ha scandito il premier proprio nel giorno in cui l’Istat ha certificato la perdita in tre anni di un milione di occupati tra i 15 e i 34 anni. “Una volta che tutti avranno dismesso le lenti del corporativismo – si è quindi augurato – lo riconosceranno e parteciperanno allo sforzo collettivo”. Difficile non cogliere il riferimento a Confindustria, che non sembra intenzionata a mollare la presa, ed è tornata a criticare senza mezzi termini il ddl, con un’offensiva mediatica che ha visto schierati i nomi più importanti dell’associazione. In primis la stessa Marcegaglia, per la quale il testo “va cambiato profondamente” in Parlamento e, se ciò avverrà, il giudizio potrà mutare, “altrimenti il rischio è che, per vent’anni, l’Italia si terrà una cattiva riforma”. Ma ad incrinare il fronte degli imprenditori arriva, a sorpresa, la difesa dell’esecutivo incarnata dall’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni. Una voce fuori dal coro la sua, pronta a definire il risultato raggiunto sull’articolo 18 “un passo avanti” e non certo indietro. Per smarcarsi da Marcegaglia, Scaroni sceglie la stampa straniera, vetrina privilegiata dall’arrivo di Monti al governo. In poche battute affidate al Financial Times, lo stesso con cui la leader degli industriali aveva definito “pessimo” il nuovo testo, Scaroni ricorda Marco Biagi e spiega che in Italia “c’é chi è morto per l’articolo 18. E’ stato un tema tragico per questo Paese. Il risultato su questo punto non ci fa probabilmente ottenere il 100% di quello che ci aspettavamo, ma allo stesso tempo è un importante passo avanti, non indietro”. Da domani l’Italia non diventerà probabilmente il Texas ma la riforma, ha chiarito, “ci porta più vicini all’Europa continentale”. Tra le parti sociali, a non risparmiare critiche è il leader della Uil, Luigi Angeletti, già entrato in rotta di collisione con il ministro del Lavoro Elsa Fornero che, dice, “non conosce il mondo del lavoro”, “ha fatto pasticci” sulle pensioni e, troppo rigida e cattedratica, starebbe meglio all’Università. Meno drastica, ma ancora perplessa, la posizione delle pmi, che temono un eccessivo appesantimento dei costi a loro carico: la partita, osserva il presidente di Rete Imprese Italia, Marco Venturi, è “tutta da chiarire”. Il dibattito si sposta quindi ora su quello che accadrà in Parlamento e sulla possibilità che il governo ricorra alla fiducia. A difendere il ruolo delle Camere è innanzitutto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che chiede “un dibattito rapido ma serio nel solco dell’equilibrio trovato”. Ancora più esplicito Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, secondo il quale “non ha senso la fiducia su un disegno di legge di decine di articoli. Ci vorrebbero decine di voti di fiducia, cosa ovviamente impossibile: pare incredibile si debba spiegare l’abc”. L’Idv promette invece battaglia al Senato, pronta a “farsi carico di difendere le ragioni delle fasce sociali più deboli”. “Dipendesse da me – dice per parte sua il presidente della Camera, Gianfranco Fini – sostituirei buona parte dei contratti a tempo parziale con contratti a tempo indeterminato, garantendo nel contempo agli imprenditori, se le cose dovessero andare male, la possibilità di licenziare”.

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